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Tutorial Chirurgico sulla Prostatectomia Radicale Robotica (RALP)

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Tutorial Chirurgico sulla Prostatectomia Radicale Robotica (RALP)

La prostatectomia radicale robotica, nota a livello internazionale con l’acronimo RALP (Robot-Assisted Laparoscopic Prostatectomy), costituisce oggi lo standard di cura d’eccellenza per il trattamento chirurgico del tumore alla prostata localizzato. L’utilizzo della piattaforma robotica da Vinci ha rivoluzionato l’approccio anatomico alla pelvi maschile, garantendo una visione tridimensionale magnificata e una precisione dei movimenti chirurgici che risulta impossibile da replicare a mano libera o con la laparoscopia tradizionale. Questo tutorial chirurgico è concepito per illustrare nel dettaglio i tempi operatori fondamentali di questa complessa procedura, offrendo una guida chiara ai medici in formazione e una panoramica profondamente informativa per i pazienti in procinto di affrontare l’operazione.

Preparazione del paziente e accesso chirurgico

L’intervento inizia con il paziente in anestesia generale, posizionato sul tavolo operatorio nella cosiddetta posizione di Trendelenburg spinta, con un’inclinazione a testa in giù di circa 25-30 gradi. Questa postura si rivela fondamentale per permettere ai visceri intestinali di scivolare verso l’alto per gravità, liberando e mettendo perfettamente in evidenza lo spazio pelvico in cui si andrà a operare.

Dopo la creazione dello pneumoperitoneo, che consiste nell’insufflazione di anidride carbonica all’interno dell’addome per creare uno spazio di manovra adeguato, il chirurgo procede all’inserimento dei trocart. Generalmente vengono posizionati sei accessi millimetrici. Uno viene dedicato all’ottica tridimensionale ad alta definizione, tre ospitano le braccia operative del robot che replicheranno fedelmente i movimenti delle mani del primo operatore seduto alla console, e due sono destinati all’inserimento degli strumenti da parte dell’assistente al tavolo.

I tempi chirurgici della procedura step by step

La tecnica chirurgica si articola in una sequenza fluida e standardizzata, mirata a rimuovere la ghiandola prostatica e le vescichette seminali garantendo la radicalità oncologica e preservando l’integrità funzionale del paziente. Il primo vero tempo operatorio consiste nello sviluppo dello spazio di Retzius. Incidendo il peritoneo parietale anteriore e abbassando la cupola vescicale, il chirurgo apre lo spazio prevescicale, esponendo con chiarezza la faccia anteriore della prostata, il tessuto adiposo circostante e l’importante fascia endopelvica.

Successivamente, si procede con l’incisione della fascia endopelvica su entrambi i lati. Questa delicata manovra permette di isolare la prostata dalle strutture muscolari che la circondano, come il muscolo elevatore dell’ano, e di preparare il campo visivo per la gestione del complesso venoso dorsale. Subito dopo, il chirurgo isola il collo vescicale incidendo l’esatta giunzione tra la base della prostata e il collo della vescica. L’obiettivo primario di questo passaggio è separare in modo netto l’adenoma dalla parete vescicale sana, cercando di preservare l’architettura muscolare originaria per favorire un rapido recupero della continenza urinaria.

Sollevando la base della prostata verso l’alto, si accede allo spazio posteriore per la dissezione delle vescichette seminali e dei dotti deferenti. I dotti deferenti vengono isolati, clippati e sezionati, seguiti dall’isolamento delle vescichette. L’intero blocco viene poi liberato dalla fascia di Denonvilliers, separando in totale sicurezza la prostata dalla parete anteriore del retto retrostante. A questo punto si passa al controllo dei peduncoli vascolari laterali. In questa fase cruciale, se la biologia e l’estensione del tumore lo permettono, l’operatore esegue la tecnica “nerve-sparing”. Sfruttando la stabilità millimetrica dei bracci robotici, il chirurgo scolla dolcemente i delicatissimi fasci vascolo-nervosi deputati all’erezione nel tentativo di preservare la futura funzionalità sessuale.

La fase demolitiva si conclude con la sezione dell’apice prostatico e dell’uretra. Dopo aver legato il plesso venoso dorsale per evitare sanguinamenti, il chirurgo incide l’uretra a livello dell’apice prestando un’attenzione estrema a non danneggiare lo sfintere uretrale esterno. La prostata viene inserita in un apposito sacchetto estrattore all’interno della cavità addominale. Infine, ha luogo l’anastomosi uretro-vescicale. Questo step ricostruttivo consiste nel ricucire il collo della vescica al moncone dell’uretra tramite una sutura in continuo che garantisce una tenuta stagna. Prima di stringere i nodi, viene posizionato un nuovo catetere vescicale che fungerà da asse e tutore di guarigione per l’uretra.

Il decorso post-operatorio e i benefici del robot da Vinci

Terminata la delicata fase di anastomosi, il chirurgo effettua un test di tenuta riempiendo la vescica con soluzione fisiologica per accertarsi che non vi siano micro-perdite di urina. Una volta superato il test, il sacchetto contenente la ghiandola prostatica viene estratto in sicurezza attraverso il lieve allargamento di una delle precedenti incisioni addominali. Infine, i trocart vengono rimossi e le piccole ferite suturate accuratamente.

L’impiego della chirurgia robotica nella prostatectomia radicale garantisce un decorso post-operatorio straordinariamente fluido rispetto alla chirurgia a cielo aperto. I pazienti affrontano un risveglio con dolore muscolare ridotto al minimo e vantano perdite ematiche talmente esigue da rendere le trasfusioni di sangue un evento raro. La degenza ospedaliera si contrae tipicamente a sole 48 o 72 ore, permettendo un tempestivo ritorno alla vita quotidiana. Soprattutto, la visione ingrandita offerta dal sistema robotico innalza gli standard di precisione, assicurando margini oncologici ottimali senza compromettere la speranza di recuperare appieno sia la continenza urinaria che la spontaneità sessuale.

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